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banksy-stop and searchPartiamo da un’affermazione abbastanza condivisibile: un pezzo di street art – sia esso insulso o d’autore – ha una vita breve, perché prima o dopo verrà distrutto.

È lecito, dunque, portarlo via dal luogo per cui è stato concepito e realizzato, sottraendolo a una fine quasi certa, per permettergli una più ampia diffusione?

A questa domanda, attualissima, è difficile rispondere.
Intanto che ci pensiamo, e che addirittura mettiamo in dubbio se il valore della street art sia da considerare pari alle altre opere d’arte, qualcosa si muove.

Alla fine di agosto del 2011, in rete, viene reso noto che due opere di Banksy sono state strappate alla Palestina, luogo a cui appartenevano, e trasferite, muro compreso, in Inghilterra.
(Il video è disponibile qui, e ne consiglio vivamente la visione).
Il misfatto è stato compiuto dal Serial Killer di Botticelli con la complicità di due gallerie londinesi, la Keszler di Southampton e la Bankrobber di Notting Hill.

Banksy - wet dogOltre alle opere palestinesi Stop and search e Wet dog, sono stati staccati altri pezzi dalle città di Londra, Brighton e Los Angeles.
Al termine di questo vero e proprio saccheggio, si è tenuta una mostra alla Keszler Gallery registrata come “unique street works and prints acquired from their original locations in Bethlehem, Brighton, London and Los Angeles”.
È attualmente in corso, invece, l’Art Miami – International contemporary & modern art fair (dal 4 al 9 dicembre 2012), e quelle stesse opere di Banksy, non più in vendita, sono esposte in una mini-mostra dal titolo “Banksy: out of context”.

Banksy: out of context

Vi ripropongo la domanda di poco fa: si può accettare di snaturare il senso di un’opera, staccandola dal suo contesto, in nome del mercato dell’arte, della visibilità?

Nella storia dell’arte la cosa che si avvicina di più all’inamovibilità di un graffito è l’affresco. Di solito si procede a “staccare” un affresco solo in due casi, strettamente collegati: 1) l’opera d’arte è in pessime condizioni conservative; 2) talmente pessime, che ogni altro intervento non può avere efficacia, e si rischia di perdere l’opera. Si tratta dell’ultima risorsa, utilizzata solo in casi estremi, perché è sempre meglio lasciare l’arte al luogo per cui è stata concepita, ne amplifica il senso.

Dal canto mio perciò, ammetto una soluzione così drastica solo nel caso di una minaccia concreta, che in questo caso non c’era.
L’occasione, però, era ghiotta ed è stata colta col favore del vuoto ideologico e normativo: Banksy è un artista quotatissimo che ha raggiunto la cifra di un milione e 870mila dollari per una sua opera. (Keep it spotless, realizzata su tela e venduta da Sotheby’s NY nel 2008).
A questo genere di cifre, adesso, proviamo ad addizionare il valore aggiunto del muro. Mi spiego. L’opera sussiste su un supporto che proviene da una zona di guerra e pertanto è crivellato di fori di proiettile e simili, è scrostato, ha compresi addirittura i volantini semi-lacerati dei ricercati, i classici “wanted” per capirci. Questa stratificazione del supporto, che è anche stratificazione di significato dato il soggetto apertamente provocatorio, è un fattore che assicura incassi sicuramente più consistenti.

Banksy, come suo solito, non si pronuncia, e forse tutto questo clamore non fa che contribuire al suo gioco.

In un mondo perfetto, la street art d’autore dovrebbe essere salvaguardata come qualsiasi altra opera d’arte. Nel nostro mondo imperfetto, è contrastata in via ufficiale, mentre, per via ufficiosa, favorisce un giro d’affari per milioni di dollari, purtroppo non sempre eticamente lecito.

Banksy - keep it spotless

Keep it spotless

 Documéntati:
Articolo sul distacco dei Banksy da Betlemme nel 2011.
Articolo sulla fiera Art Miami e sulla mostra “Banksy: out of context”.
– Rimetto il link al video del saccheggio in palestina.

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