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Del Killer di Botticelli, mi ha sempre insospettito l’avversione per la street art.
Dice: “Chi imbratta i muri altrui dev’essere punito. Ritinteggiate tutto!”
Io, come investigatore privato, faccio parte di chi tutela la legge, e non sono del tutto contrario: “Laura ti amo”, “liberate i compagni Vincenzino e Totò”, ma anche “tag”1 riscritti metro dopo metro ossessivamente, mi sembra che giganteggino vacui sui muri e che siano anche esteticamente brutti.

Non è un muro cittadino la sede per discutere di politica, e poi chissenfrega di Laura e dell’ego grafomane di certa gente.

Il Killer, però, fa leva anche su altri argomenti, tipo la sacralità della proprietà privata, il diritto ad avere ordine e pulizia in città (lo so, lo so, vi ricorda qualcosa…), o lo spauracchio “che così ci rovinano le bellezze del nostro paese”.
Senza considerare che, a rovinare le bellezze del nostro Paese ci pensa già egregiamente il Killer, a me non è mai giunta notizia di writer -degni di questo nome- che abbiano sporcato con un pezzo edifici storici. Quelli che lo fanno si chiamano vandali ed è tutta un’altra storia.

Il Serial Killer uccide la bellezza, dopo la storia spagnola mi è chiaro, uccide il genio e la creatività ingrigendoci, per questo si scaglia anche contro la street art.
Proprio facendo leva sulla paura di essere privati del Bello, ci uniforma a quei muri ritinteggiati di noiosità pastello.

Pensate ai greci che nell’antichità coloravano le loro statue di ocra e di blu, pensate ai pii uomini medioevali camminare sotto portici dipinti delle più belle storie, pensate alla gloria rinascimentale di certi muri affrescati. Visualizzate. E adesso ditemi che nel monotono ordine cittadino contemporaneo non c’è lo zampino del Serial Killer.

Non tutto è street art, certo, ma quando è veramente ART che importa se la sua collocazione è in street?

Se l’ART venisse non solo accettata ma promossa e regolata, potremmo vivere in musei a cielo aperto, ogni cittadino potrebbe goderne senza pagare alcun biglietto; le periferie non sarebbero più così tristi, e l’esistenza di certi edifici abbandonati di archeologia industriale non sarebbe più giustificata solamente dallo stillare ruggine.

Che ai graffitari della domenica vengano mozzate le bombolette!

Che si dia un muro bianco agli artisti!

Prendiamo il più famoso: Banksy.
L’artista inglese ha realizzato celebri pezzi in tutto il mondo: al festival di Glastonbury del 2007, per esempio, ha concepito una riproduzione del celebre monumento monolitico di Stonehenge usando i bagni chimici; in Cisgiordania, su quel maledetto muro che divide israeliani e palestinesi, ha disegnato, con la tecnica del trompe-l’oeil, dei “buchi” per vedere dall’altra parte; a New Orleans ha prodotto una serie di lavori sugli edifici abbandonati dopo l’uragano Katrina.

Come si fa a parlare di “imbrattamuri” se i suoi temi sono perlopiù politico-sociali come l’anti-capitalismo, l’anti-imperialismo, l’avidità, l’ipocrisia, e la povertà. E se, poi, riesce anche a combinarli con una potente dose di satira, cinismo, e umor nero very british, ditemi voi se non ha qualcosa di geniale!

Usa perlopiù la tecnica dello stencil perché, ha spiegato, con la bomboletta era troppo lento e veniva sempre beccato dalla polizia.

Il francese JR ha in comune con Banksy le argomentazioni di critica sociale e, allo stesso tempo, introduce concetti nuovi: identità, libertà e limite. La sua tecnica è un ibrido che sta a metà tra la fotografia e il guerrilla marketing, tanto che egli stesso non si definisce né fotografo né street-artist, bensì “photograffeur”.

Portraits of a generation,consiste in ritratti enormi incollati su interi edifici parigini raffiguranti i protagonisti delle rivolte urbane del 2005; è un lavoro che punta soprattutto a sfidare i passanti, costretti a confrontarsi con una realtà spesso negata e confinata nei sobborghi.

Poco più tardi, JR realizza il progetto Face 2 face, dove ritratti di israeliani e palestinesi, sempre in formato monumentale, vengono incollati l’uno accanto all’altro su entrambi i lati della barriera di separazione israeliana.
In Italia uno dei migliori è Blu che, partendo da Bologna, ha realizzato opere in Spagna, Regno Unito, Germania, Messico, Polonia, Serbia, ecc.

La ragione di questo girovagare sta anche nella natura stessa dell’arte prodotta da Blu poiché, oltre all’indubbia qualità dei suoi disegni, realizzati con colori a tempera e rulli telescopici, la sua opera si completa con l’uso della videocamera. L’analogico e il digitale vengono, così, integrati in un modo squisitamente personale. I pezzi,infatti, sono spesso concepiti in maniera sequenziale cosicché, col lavoro di montaggio, sembrino un lungo e allucinato cartoon per adulti.

Riguardo al rapporto del Serial Killer di Botticelli con la street art, mi permetto di chiudere con le acute parole di Banksy, che offrono un degno spunto di riflessione: “If graffiti changed anything it would be illegal”.

1La firma del sedicente writer, spesso uno pseudonimo.

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